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charun e vanth

Nella mitologia etrusca, Charun (o Charu) era uno psicopompo del mondo sotterrano chiamato Ade. È il nome equivalente della figura della mitologia greca Caronte.

Charun (il nome si ricava da alcune iscrizioni etrusche) si trova riprodotto su pitture tombali, sarcofagi, urne, stele sepolcrali e vasi. Nell'illustrazione tipica appare fondamentalmente differente da Caronte, rappresentato, di solito, alla guida di una barca, munito di remo, con funzione di traghettatore di anime. Il demone della morte degli Etruschi è, invece, una figura che accompagna i defunti nell’ultimo viaggio (a piedi, a cavallo, su carro) verso l’oltretomba, strappandoli al saluto dei propri cari e scortandoli verso la loro meta finale. Talvolta viene rappresentato a protezione delle porte dell’Ade (come, ad esempio, nella Tomba dei Caronti e nella Tomba degli Anina di Tarquinia) o comunque in connessione con la morte (come, ad esempio, nella Tomba François di Vulci). Si presenta con barba, naso d'avvoltoio ed orecchie aguzze ed indossa corta tunica ed alti calzari. Nelle pitture funerarie viene raffigurato con un colore bluastro. Talvolta ha dei serpenti attorno alle braccia ed ali enormi (come, ad esempio, nella Tomba dell’Orco di Tarquinia). Regge in mano un martello, il suo simbolo religioso, simile all'ascia bipenne romana. Talvolta è munito anche di spada. È spesso accompagnato dalla dea Vanth (come, ad esempio, nella Tomba degli Anina di Tarquinia e nella Tomba François di Vulci), una dea alata anch'essa associata al mondo sotterraneo.
Secondo alcuni (Larissa Bonfante) Charun è solamente una guida per i morti, similmente alla mitologia greca, mentre per altri (Franz. De Ruyt) aveva anche il ruolo di divinità che punisce la malvagità.
Alcuni autori (Franz. De Ruyt) lo comparano al dio celtico Sucellos, poiché anche quest'ultimo ha in mano un martello ed ha la stessa funzione di dio della morte.
Relativamente al significato del martello si è pensato che lo stesso servisse per chiudere i chiavistelli delle porte dell’Ade, impedendo così ai defunti di tornare indietro o per colpire le sue vittime o, più probabilmente, per spaventarle. Il martello di Charun potrebbe però essere interpretato anche in correlazione al mito etrusco (rappresentato in uno specchio bronzeo da Perugia, della fine del IV secolo a.C., conservato nel Museo di Stato di Berlino) che attribuiva alla dea Atharpa l’atto di configgere con un martello un chiodo per fissare immutabilmente il destino degli uomini.




Nella mitologia etrusca, Vanth è una divinità del mondo degli inferi (Aita). È alata, onnisciente, e messaggera di morte per gli uomini. Assiste i malati in fin di vita e inala i demoni buoni. In epoca tarda venne gradualmente a rappresentare la giustizia. Nell'arte viene rappresentata con serpenti, torce e chiavi, e spesso si accompagna al dio Charun (secondo alcuni studiosi sarebbe sua moglie).

Secondo Jeff Rovin (vedi bibliografia), Vanth incoraggia la violenza ed è attratta dalle tombe aperte.

http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Etruschi/religione.html

Gli Etruschi credevano nell’ineluttabilità del destino, al limite potevano solo rendere più piacevole la loro permanenza terrena, per questo motivo compivano feste e riti magici. Credevano nell’aldilà, in particolare nell’inferno, che aveva una porta di accesso, detta mundus, sorvegliato dalla terribile figura del demone Tuchulcha, mostro con orecchie d’asino, il muso di avvoltoio e i capelli fatti da serpenti. Questa figura fa maggiormente la sua presenza nella fase di declino della cultura etrusca, caratterizzata dalla presenza di morte e persecuzioni.

Il demone degli inferi era Charun, che accompagna i morti nell’aldilà, da cui si rievoca la figura di Caronte, portava indosso un mantello ed aveva in mano un martello, simile a quello impiegato oggi per la sepoltura del Papa, con il quale si tocca tre volte la tempia del pontefice defunto. Un gioco funebre caratteristico è quello legato al mito di Phersu, da cui ha origine la parola "persona", che aizza un cane contro una persona con la testa coperta da un sacco, che lentamente viene legata. Il cane sbrana la persona e sta a testimoniare l’ineluttabilità del destino. Le tombe rappresentavano le scene di vita quotidiana: gioia, feste, pranzi e, negli ultimi anni, dolore e terrore. Adottarono un calendario introdotto dai Tarquini, con influenze mesopotamiche, e poi modificato da Cesare, con l’aiuto sempre di tirreni. In esso si ricordavano feste e appuntamenti sacri. Suddivisero la loro era in dieci saeculum dopo dei quali ci sarebbe stata la fine della civiltà tirrenica, come in realtà fu confermato dalla storia.
All'origine della storia delle città etrusche vediamo infatti dominare pressoche esclusivo un rito funebre, quale è quello della cremazione, che non può non riflettere concetti estranei a quelli del legame materiale tra spirito e corpo del defunto; che anzi, almeno nella piena età storica, esso sembra talvolta significare un'idea di «liberazione» dell'anima dai ceppi della materia verso una sfera celeste. Tanto più curioso è osservare come nelle tombe etrusche del periodo villanoviano e orientalizzante le ceneri e le ossa dei morti bruciati si contengano talvolta in urne in forma di abitazioni o entro vasi che tentano di riprodurre le fattezze del morto (i così detti "canopi" di Chiusi): ciò che rivela, già dai tempi più antichi del formarsi della nazione etrusca, una mescolanza di credenze e forse anche un riaffermarsi delle tradizionifunerarie mediterranee sul costume diffuso dai seguaci della cremazione. Ne si può affermare che l'idea della sopravvivenza nella tomba escluda assolutamente una fede nella trasmigrazione delle anime verso un regno dell"'al di là". Ma è certo che in Etruria quest'ultima concezione si venne affermando e concretando progressivamente sotto l'influsso della religione e della mitologia greca, con l'attenuarsi delle credenze primitive: e si configurò secondo la visione dell'averno omerico, popolato da divinità ctonie, spiriti di antichi eroi ed ombre di defunti. Già nei monumenti del Ve IV secolo, e poi soprattutto in quelli di età ellenistica, la sorte futura è rappresentata come un viaggio dell'anima verso il regno dei morti e come un soggiorno nel mondo sotterraneo. Soggiorno triste, senza speranza, a volte dominato dallo spavento che incute la presenza di mostruosi dèmoni, o addirittura dai tormenti che essi infliggono alle anime. È, in sostanza, la materializzazione dell'angoscia della morte in una escatologia essenzialmente primitivistica. E a simboleggiare la morte sono specialmente due figure infernali: la dea Vanth dalle grandi ali e con la torcia, che, simile alla greca Moira, rappresenta il fato implacabile; e il dèmone Charun, figura semibestiale armata di un pesante martello, che può considerarsi una paurosa deformazione del greco Caronte dal quale prende il nome. Sia di Vanth sia di Charun esistono moltiplicazioni, forse con una propria individualità ed un proprio secondo nome. Ma la demonologia infernale è ricca e pittoresca, e conosce altri personaggi, come l'orripilante Tuchulcha dal volto di avvoltoio, dalle orecchie d'asino e armato di serpenti; accoglie largamente la simbologia di animali ctonii, come il serpente e il cavallo.
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l'attività vitale del defunto, la sua ''individualità" continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba. Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell'entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d'uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte. Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della ''sopravvivenza" nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie. Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l'effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un ''mondo dei morti" (simile all'Averno o all'Ade) dove le ''ombre" soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.

http://www.capurromrc.it/devil/7340vanthf.html



http://en.wikipedia.org/wiki/Vanth


Vanth is a chthonic figure in Etruscan mythology shown in a variety of forms of funerary art, such as in tomb paintings and on sarcophagi. Vanth is a female demon in the Etruscan underworld that is often accompanied either by additional Vanth figures or by another demon, Charun (later referred to as Charu). Both Vanth and Charun are only seen in iconography beginning c. 400 BC, in the middle period of Etruscan art, although some earlier inscriptions mention her name.[1] Vanth has no direct counterpart in Greek mythology, and is very frequently, but not always, seen winged. Although Vanth has no real Greek counterpart, she has been compared to the Greek Furies, the Erinyes, especially in older publications,[2] This is an unlikely association since she is almost always shown in Etruscan iconography to be a benevolent guide, not an avenging spirit, which the Furies often represent. Her other attributes include the possession of a torch, key, or scroll, and she is shown often to be bare-chested with cross-straps across her breast, adorned with fur boots, a rolled short chiton, and sometimes with unattached sleeves. In fact her dress has been attributed by Scheffer as specifically the dress of a huntress.[3]

Vanth is involved in a variety of different types of scenes in Etruscan art[4]; the most common types associate her presence with occasions of slaughter and murder, including scenes from the Trojan cycle. Occasionally she is shown rising up out of the ground in such contexts, as seen on an ash urn from Chiusi.[5] Sometimes she is even shown as a solitary figure decorating the sides of ash urns. Other scenes in which Vanth is present involve the meeting and escort of the dead, in the role of psychopompos, who are either walking or being transported on horseback, wagon, or chariot.[6] In general, Vanth is associated with death and the journey of the deceased to the Underworld, but in a variety of different ways; she is present in scenes of the moment of death as well in scenes where the deceased is already fully dead and journeying to the Underworld. She is depicted as a benevolent psychopompian figure, in contrast to the menacing Charun, her sometime companion.

The materials that Vanth is identified as carrying, which include a torch, key, scroll, or sword, also relate to her role as guide in the Underworld. The torch can be used to light the way for travelers to the Underworld, although some scholars interpret it as a status symbol or as an indication of office,[7] and the key unlocks its doorway. Additionally, the scroll may reveal more about the nature of this demon, as one instance actually displays her name inside, vanθ.[8] Vanth has been interpreted as a goddess of fate, and using this association, the scroll may contain the destiny of the deceased. However, in total, Vanth is depicted as a young, vibrant female chthonic figure, sometimes in the company of other Vanths, and sometimes with Charun; She is a figure who assists with the journey of the deceased to the Underworld

[edit] Etruscan Chthonic Deities

Other Etruscan Chthonic (or underworld) figures include Charun, Aita/Calu, Phersipnai, Turms Aitas, and Culsu






http://www.instoria.it/home/Stitchedefin.jpg

http://www.instoria.it/home/FrancoisV.htm
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